PKK come merce di scambio





L’acqua come strumento strategico e la politica etnica sono direttamente connessi al problema curdo. I 31 milioni di curdi divisi tra Turchia (16 milioni), Iran (6,4), Iraq (5,5) e Siria (1,6) chiedono un qualche tipo di autonomia e, inevitabilmente, la questione curda si allarga alle dinamiche interstatuali dei quattro stati interessati (Galletti 2004, p. 23). Le tensioni regionali sono anche legate ai movimenti curdi che, secondo la convenienza politica, vengono foraggiati da Damasco in funzione antiAnkara (negli anni ottanta e novanta) o antiBaghdad (negli anni settanta e ottanta). 
Parlando di curdi si deve giocoforza esaminare il problema dell’acqua, ovvero lo sfruttamento delle acque dell’Eufrate che nasce nel Kurdistan. Parte del contenzioso tra Siria e Turchia verte sul dissidio: aiuto siriano al Partito dei lavoratori del Kurdistan (Partiya Karkerên Kurdistan, PKK) in funzione antiturca,1 mentre Ankara facendo affluire in Siria un minore flusso delle acque danneggia l’agricoltura e l’economia di Siria e Iraq. 
Dal 1924 fino al 1990 la Turchia ha negato la presenza dei 16 milioni di curdi, definiti “turchi della montagna”, mentre lingua e cultura curde erano bandite. La repressione è stata durissima. Dal 1984 il PKK, che aveva le sue basi in Siria, ha iniziato la lotta armata prima per l’indipendenza, poi con l’obiettivo della federazione curdo-turca, ora trasformatosi in quello del riconoscimento dei diritti culturali. 
Ufficialmente, uno degli obiettivi del GAP turco era l’integrazione della popolazione curda con nuovi posti-lavoro e livelli di vita più elevati. Ma i curdi hanno pagato un prezzo molto alto: l’esproprio di grandi appezzamenti di terreno, la sommersione di numerosi templi religiosi e di almeno 250 villaggi. Gli archeologi e gli storici dell’arte hanno lanciato con scarso esito il grido d’allarme per l’inondazione della cittadina di Hasankeyf, famosa per i monumenti storici e i siti archeologici. La Siria ha dato ospitalità al PKK per alzare il prezzo. A ogni tappa dei negoziati bilaterali, si ritrovano i due punti nevralgici delle relazioni turco-siriane: secondo Damasco è necessaria una ripartizione più equa delle acque, secondo Ankara bisogna porre sotto controllo le attività dei gruppi terroristi turchi (curdi del PKK, armeni dell’Armenian Secret Army for the Liberation of Armenia – ASALA, formazioni dell’estrema sinistra) presenti in Siria. 
Nel luglio 1987 a Damasco il primo ministro Turgut Özal e il presidente siriano Hāfiz al-Asad firmano un protocollo per la “sicurezza della frontiera siro-turca”, in cui la Siria si impegna a eliminare le basi dei separatisti (cioè del PKK che ha le sue basi nella valle della Beqā‘ in Libano) e un protocollo per la spartizione delle acque dell’Eufrate che assicura alla Siria il regolare flusso d’acqua. Gli accordi sono stati rimessi in discussione tra il 1989 e il 1990 dai due governi, che hanno siglato un protocollo di cooperazione antiterroristica (17 aprile 1992). 
Ma questi protocolli sono rimasti inapplicati fino a quando Ankara non ha fatto intervenire pesantemente i suoi più stretti alleati: Stati Uniti e Israele. Per Washington la Turchia è un’alleata rilevante per il suo ruolo di contenimento delle potenze regionali – Iran, Iraq, Siria –, l’alleanza strategica con Israele, l’influenza nei Balcani e nell’Asia Centrale. In questo complesso di rapporti, la Turchia ha più volte chiesto agli Stati Uniti di usare il processo di pace mediorientale per fare pressioni su Damasco e bloccare gli aiuti al PKK. In questo contesto si situa l’accordo militare di cooperazione strategica e tecnica stipulato da Turchia e Israele nel febbraio 1996. 
Uno dei maggiori obiettivi della Turchia nel rafforzare la cooperazione militare con Israele era di mettere sotto pressione la Siria affinché ponesse fine agli aiuti al PKK e all’ospitalità concessa al suo leader Abdullah Öcalan. L’accordo segnava la volontà di Ankara di distruggere il PKK e il suo leader a ogni costo. Dalla fine della prima guerra del Golfo (1990-1991) il conflitto con i curdi, oltre ad avere un costo ormai insostenibile (6-8 miliardi di dollari annui) limitava la politica estera turca. L’accordo con Israele era un altro tentativo per bloccare l’emorragia (Olson 1997, p. 179). 
Poi, nell’ottobre 1998, si è accesa la miccia alla frontiera turco-siriana. In quei giorni Ankara aveva mobilitato 10.000 uomini al confine siriano e altrettanti erano penetrati nel Kurdistan iracheno per colpire le basi del PKK. Con questo esercizio di muscoli, Damasco fu costretta a sottoscrivere e ad applicare l’accordo del 20 ottobre 1998 in base al quale dovette sospendere immediatamente ogni aiuto al PKK ed espellere Öcalan e i suoi 3000 guerriglieri. A suggello di questa strategia agli inizi di novembre 20.000 soldati turchi con l’appoggio di aerei ed elicotteri da combattimento sono penetrati nel Kurdistan iracheno fino a una profondità di 20-30 chilometri per distruggere le basi del PKK (Galletti 1999, pp. 132-133). 
La coalizione formata da Turchia-Israele-Stati Uniti è stata determinante per isolare dal contesto regionale il PKK che ha perso in pochi giorni il decisivo supporto logistico siriano e le basi in Libano, Iraq, Siria, e per catturare Abdullah Öcalan (15 febbraio 1999) a Nairobi dove sono presenti forti contingenti dei servizi segreti statunitensi e israeliani.

1 Per una meticolosa ricostruzione degli aiuti siriani al PKK in funzione antiturca si veda il capitolo sul GAP in John Bulloch & Adel Darwish, Water wars. Coming conflicts in the Middle East, London, Victor Gollancz, 1993, pp. 58-78

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